Giacomo Leopardi, Bruto minore

Poi che divelta, nella tracia polve
Giacque ruina immensa 
L’italica virtute, onde alle valli 
D’Esperia verde, e al tiberino lido,
Il calpestio de’ barbari cavalli
Prepara il fato, e dalle selve ignude 
Cui l’Orsa algida preme, 
A spezzar le romane inclite mura 
Chiama i gotici brandi; 
Sudato, e molle di fraterno sangue,
Bruto per l’atra notte in erma sede, 
Fermo già di morir, gl’inesorandi 
Numi e l’averno accusa, 
E di feroci note 
Invan la sonnolenta aura percote.
Stolta virtù, le cave nebbie, i campi 
Dell’inquiete larve 
Son le tue scole, e ti si volge a tergo 
Il pentimento. A voi, marmorei numi, 
(Se numi avete in Flegetonte albergo
O su le nubi) a voi ludibrio e scherno 
È la prole infelice 
A cui templi chiedeste, e frodolenta 
Legge al mortale insulta. 
Dunque tanto i celesti odii commove
La terrena pietà? dunque degli empi 
Siedi, Giove, a tutela? e quando esulta
Per l’aere il nembo, e quando 
Il tuon rapido spingi, 
Ne’ giusti e pii la sacra fiamma stringi?
Preme il destino invitto e la ferrata 
Necessità gl’infermi 
Schiavi di morte: e se a cessar non vale 
Gli oltraggi lor, de’ necessarii danni 
Si consola il plebeo. Men duro è il male
Che riparo non ha? dolor non sente 
Chi di speranza è nudo? 
Guerra mortale, eterna, o fato indegno, 
Teco il prode guerreggia, 
Di cedere inesperto; e la tiranna
Tua destra, allor che vincitrice il grava, 
Indomito scrollando si pompeggia,
Quando nell’alto lato
L’amaro ferro intride, 
E maligno alle nere ombre sorride.
Spiace agli Dei chi violento irrompe 
Nel Tartaro. Non fora 
Tanto valor ne’ molli eterni petti. 
Forse i travagli nostri, e forse il cielo 
I casi acerbi e gl’infelici affetti
Giocondo agli ozi suoi spettacol pose? 
Non fra sciagure e colpe, 
Ma libera ne’ boschi e pura etade 
Natura a noi prescrisse, 
Reina un tempo e Diva. Or poi ch’a terra
Sparse i regni beati empio costume, 
E il viver macro ad altre leggi addisse;
Quando gl’infausti giorni 
Virile alma ricusa, 
Riede natura, e il non suo dardo accusa?
i colpa ignare e de’ lor proprii danni 
e fortunate belve 
erena adduce al non previsto passo 
La tarda età. Ma se spezzar la fronte 
Ne’ rudi tronchi, o da montano sasso
Dare al vento precipiti le membra 
Lor suadesse affanno; 
Al misero desio nulla contesa 
Legge arcana farebbe 
O tenebroso ingegno. A voi, fra quante
Stirpi il cielo avvivò, soli fra tutte, 
Figli di Prometeo, la vita increbbe;
A voi le morte ripe, 
Se il fato ignavo pende, 
Soli, o miseri, a voi Giove contende.
E tu dal mar cui nostro sangue irriga, 
Candida luna, sorgi, 
E l’inquieta notte e la funesta 
All’ausonio valor campagna esplori.
Cognati petti il vincitor calpesta,
Fremono i poggi, dalle somme vette 
Roma antica ruina; 
Tu sì placida sei? Tu la nascente 
Lavinia prole, e gli anni
Lieti vedesti, e i memorandi allori;
E tu su l’alpe l’immutato raggio 
Tacita verserai quando ne’ danni 
Del servo italo nome, 
Sotto barbaro piede 
Rintronerà quella solinga sede.
Ecco tra nudi sassi o in verde ramo 
E la fera e l’augello, 
Del consueto obblio gravido il petto, 
L’alta ruina ignora e le mutate 
Sorti del mondo: e come prima il tetto
Rosseggerà del villanello industre, 
Al mattutino canto 
Quel desterà le valli, e per le balze 
Quella l’inferma plebe 
Agiterà delle minori belve.
Oh casi! oh gener vano! abbietta parte 
Siam delle cose; e non le tinte glebe, 
Non gli ululati spechi
Turbò nostra sciagura, 
Nè scolorò le stelle umana cura.
Non io d’Olimpo o di Cocito i sordi 
Regi, o la terra indegna, 
E non la notte moribondo appello; 
Non te, dell’atra morte ultimo raggio, 
Conscia futura età. Sdegnoso avello
Placàr singulti, ornàr parole e doni 
Di vil caterva? In peggio 
Precipitano i tempi; e mal s’affida 
A putridi nepoti 
L’onor d’egregie menti e la suprema
De’ miseri vendetta. A me dintorno 
Le penne il bruno augello avido roti;
Prema la fera, e il nembo 
Tratti l’ignota spoglia;
E l’aura il nome e la memoria accoglia.




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Diego Fusaro