“Dateci una classe rivoluzionaria prima che sia troppo tardi!“: il grido di dolore sale da genti di tutto il globo, afflitte dai vari effetti antisociali del nuovo ordine liberale: precarizzazione, neocolonialismo, recessione, megatruffe, sostituzioni etniche, guerre per le risorse: il sangue spiccia da cento piaghe e le lacrime scorrono in mille rivoli attraverso il Villaggio Globale. Ma la classe rivoluzionaria ancora non si vede –ossia quella classe sociale capace, per consapevolezza, intelligenza e dotazione- di rovesciare il malo modello socio-economico in essere (oppressivo, sfruttatore, funzionale all’interesse di pochi, e contrario al bene comune) per sostituirlo con uno buono (giusto e conforme al bene comune, ossia agli interessi diffusi anziché a quelli elitari). Questa classe rivoluzionaria fa proprio come l’araba fenice: che ci sia ciascuno dice, dove sia nessuno sa.

O meglio, alcuni annunciavano di averla individuata, ma poi la storia li ha confutati.

Il vecchio Marx, avendo ravvisato la borghesia come classe rivoluzionaria che pose fine all’ordine medioevale, dichiarava che la classe rivoluzionaria moderna, atta a rovesciare il capitalismo, fosse il proletariato operaio; ma in nessun paese il proletariato operaio ha mai fatto una rivoluzione, poiché nei paesi dove era sviluppato, il proletariato operaio fu reso consumista e così fidelizzato al modello capitalistico; mentre le rivoluzioni sedicenti socialiste (sovietica, maoista e castrista) si fecero nei paesi dove esso non era sviluppato, e quelle rivoluzioni furono opera di gruppi di intellettuali che si impadronirono delle masse –masse perlopiù agricole, analfabete, inconsapevoli- per usarle e tiranneggiarle e costruire ordinamenti liberticidi in cui il possesso dei mezzi di produzione da parte dei capitalisti a scapito del popolo era sostituito dal diretto possesso del popolo da parte dei suoi sedicenti liberatori.

Altri pensatori hanno individuato la classe rivoluzionaria odierna negli intellettuali. Ma che vi siano intellettuali alla guida (o dietro le prime linee) delle rivoluzioni, da quella francese in poi, quale che sia il colore della rivoluzione, comprese le rivoluzioni indotte dalle scoperte scientifiche e tecnologiche – è scontato: per fare le cose complesse ci vogliono persone intellettualmente dotate.

Altri infine, i più scollati dalla realtà, hanno annunciato che la classe rivoluzionaria dei nostri tempi sarebbe quella delle masse di migranti spiantati e precari –per contro, tali persone sono le meno consapevoli, le meno dotate di coscienza di classe e di capacità di organizzarsi, le più cedevoli. Esse sono bensì le più utili a chi vuole frammentare i corpi sociali e destabilizzare il residuo ordine e la residua funzionalità degli apparati pubblici (scuola, assistenza, sanità, finanza). Cioè sono le più utili alla classe dominante globale e al suo modello, alla sua ingegneria sociale, che abbisogna di eliminare gli ostacoli all’adattamento della società ai bisogni dei mercati manipolati. D’altronde, quello di destabilizzare e scardinare per conto di altri è appunto il ruolo rivoluzionario che, di fatto, le masse hanno sempre svolto nella storia: sono state usate da élites ascendenti per abbattere oligarchie senescenti, e poi per sostenere i costi della transizione. I fatti danno ragione al motto di Talleyrand: il popolo è come certe medicine, che vanno agitate prima dell’uso. Il suo ruolo non è mai attivo e consapevole, anche se il loro generoso impeto nasce proprio dall’illusione di esserlo.

Il sentimento rivoluzionario, nelle varie occasioni storiche, sorge dal sentire l’ordine socioeconomico in essere come ingiusto, oppressivo, rovinoso. Ma il sentimento non è, di per sé, consapevolezza, non è cognizione del perché esso sia tale, né di come esso funzioni, non è competenza. Tranne pochi intellettuali, la gente sente e si arrabbia, ma non sa, quindi si costruisce interpretazioni basate su ciò che crede in base a ciò che riceve, perlopiù dall’industria culturale del sistema– rappresentazioni irrealistiche, però con forte potere esplicativo e forte carica motivazionale, che possono venire sfruttate per ottenere consenso e collaborazione popolari.

La gente comune, particolarmente, è incapace di vedere la forma complessiva del modello socioeconomico disfunzionale: di esso coglie soltanto alcuni degli aspetti, alcuni degli effetti, quindi è possibile, per i politici di mestiere, captarne politicamente il consenso promettendole la rivoluzione ma circoscrivendone l’oggetto a quei pochi aspetti ed effetti, senza mettere in discussione, anzi senza nemmeno mettere in luce, il modello complessivo, quindi senza porsi in urto, anzi rendendosi utili, ai padroni ed artefici di quel medesimo modello.

Così i politici di mestiere, proponendosi come (apparenti)antisistema (oggi, apparenti sovranisti), riescono ad apparire carismaticamente rivoluzionari (o riformatori radicali, trasformatori del sistema) al popolo, che quindi li vota; e contemporaneamente si fanno accreditare come garanti del sistema dai beneficiari del sistema stesso, che quindi li tollerano o li appoggiano e sovvenzionano affinché inertizzino la protesta dal basso e la riconducano di fatto entro il sistema.

E in tal modo fanno carriera, possono comparire in televisione, ottenere maggioranze elettorali, andare al governo: vedi Syriza, Podemos e il M5S, che, con proclami fiammeggianti hanno alimentato, nella fase iniziale, una grande aspettativa rivoluzionaria e una grande carica carismatica, e successivamente si sono allineati, si sono fatti garanti dell’ordine esistente, per andare al governo. Il gruppo Casaleggio mise su Beppe Grillo e il Movimento in questo senso: dapprima promesse rivoluzionarie includenti i temi strutturali veri del monopolio monetario, poi silenziamento di questi temi e scivolamento verso una pratica omologazione con l’approdo al governo, soprattutto nel Conte bis, a braccetto col PD: da antisistema sono divenuti filosistema, cioè si sono rovesciati, anche se pochi lo hanno colto. Anche Mussolini e Hitler iniziarono in modo antisistemico, rispondendo a una sofferenza popolare arrabbiata, derivante ultimamente dalle dinamiche del capitalismo finanziario, per poi allearsi col capitalismo globale già allora operante, ed essere da questo sostenuti persino durante la guerra– il tutto senza tematizzare quelle dinamiche, ma mantenendo la facciata rivoluzionaria e travestendo quella realtà in forme mitologizzanti di razza, fato, impero.

Queste tecniche politiche non sono da biasimare, perché i politici minori, cioè quelli che si muovono sulla scena pubblica, che abbisognano dei voti della gente, non possono oggettivamente fare altro, dato che l’aliquota di potere messa in gioco nella politica accessibile al popolo è minima, e serve a scopo illusorio, conservativo-confermativo; mentre il potere politico vero è esercitato a porte chiuse da persone che non devono certo concentrarsi sul brevissimo termine e sui confini nazionali, cioè sull’inseguire la rielezione ogni pochi anni in un ristretto ambito nazionale, ma possono fare e portare avanti programmi di lungo e lunghissimo termine e di ampiezza continentale o globale.

Oggi la causa diretta delle sofferenze popolari è il modello del capitalismo finanziario estrattivo, cioè che usa il monopolio della creazione monetaria per estrarre ricchezza, reddito e diritti civili e politici dalla popolazione mediante l’indebitamento pubblico e privato, la demonetizzazione dell’economia, le bolle speculative, la precarizzazione, la disgregazione sociopolitica; e lo può fare perché ha la capacità di creare mezzi monetari dal nulla e a costo nullo, che usa per estrarre la ricchezza prodotta dalla società generale. E’ esso che detta l’agenda politica, delle riforme, delle regole di bilancio, le guerre di esportazione della democrazia liberale e di peace-keeping.

Una volta instaurato questo modello, gli effetti sono inevitabili, anche in termini di trasformazione di lungo periodo della società. Però –ripeto- la popolazione generale non percepisce il modello nel suo complesso, né il suo funzionamento, né il suo essere causa di quegli effetti – bensì percepisce solo alcune delle sue manifestazioni, quelle più superficiali; e alcuni dei suoi effetti, quelli più quotidiani. Non è nemmeno dotata mentalmente per afferrare il modello generale e la sua inevitabile dinamica, se glielo si spiega. Perciò a un politico o un attivista non è possibile risvegliare il popolo o una classe rivoluzionaria disvelandogli l’arcano: oltre ad essere colpito dall’alto, non sarebbe capito dal basso, non avrebbe seguito di massa – anche perché che cosa mai potrebbe proporre come programma di azione pratica contro un sistema globale, strapotente, accettato e praticato in tutto il mondo? L’isolamento autarchico? Può invece proporre uno story telling limitato e ovviamente falso a spiegazione del problema generale, con una serie di battaglie e soluzioni fattibili, o come tali percepibili, per alcuni problemi che la gente sente e afferra: immigrazione (bloccarla perché è un’invasione criminogena e dannosa, oppure agevolarla perché aumenta il PIL e colma i vuoti demografici), sussidio di cittadinanza, catene per gli evasori e i corrotti, politiche verdi, politiche per la famiglia, decreti per la dignità del lavoro, e via proponendo. Ovviamente, questi sono solo palliativi del vero problema, ma è tutto quel che si può fare, sul piano politico, della prassi. Sul piano intellettuale, ovviamente, si può invece sviluppare la critica in modo completo e onesto.

I partiti che tematizzano il modello complessivo come problema rimangono minuscoli – vedi il Partito Comunista di Marco Rizzo, anche perché quel modello, dominando, anzi possedendo e gestendo, l’industria culturale, squalifica tali partiti come estremisti e pericolosi. Per sottrarsi a queste squalificazione e non essere quindi escluso dall’area degli idonei a governare –area perimetrata dai politici del piano superiore-, Salvini ha dovuto non solo astenersi dal criticare e dal descrivere il modello in questione, ma persino fare abiura e dichiarare che ci terremo l’Euro e l’Unione Europea. Prima era antisistemico, ora è endosistemico.

Da qualche settimana, grazie alla massiccia opera di rieducazione filosofica e politica svolta da Diego Fusaro, abbiamo un partito – Vox Italiae – che pone in modo centrale, organico, complessivo e non più eludibile il modello capital-finanziario liberista e globalista come oggetto di analisi e di critica e di possibile rifiuto. Rimarrà verosimilmente un minuscolo partito, ma, finché vivrà, svolgerà un’azione di tribuna e di continuo richiamo alla realtà rispetto al dibattito politico. Alcuni tra gli intellettuali posti alla guida di Vox Italiae posseggono le cognizioni del funzionamento del potere monetario, del cartello di moneta e credito, e possono dare voce a queste conoscenze. Sanno che il modello capitalistico finanziario è essenzialmente basato sul monopolio privato della sovranità monetaria, il quale produce automaticamente gli effetti antisociali che vediamo operanti nel mondo, come alcuni di loro denunciano.

Però è meglio rinunciare alla inveterata e illusoria idea, che diffusamente è percepita come realistica, dell’intellettuale indipendente che scopre il segreto iniquo del potere –nella fattispecie, il monopolio privato della creazione della moneta e del credito con il loro uso estrattivo e antisociale- e lo denuncia al popolo, suscitando con ciò una rivoluzione di massa guidata dalla consapevolezza e dall’indignazione etica. Ciò non è mai avvenuto. Il popolo non funziona così. L’uomo comune è concentrato sul suo particolare e sul quotidiano. Il popolo è bue e inerte proprio perché popolo. Non si coordina mai per insorgere, per scuotere il giogo. Nella recessione cronica si deprime, si adatta, si sottomette. Ciò è ancor più vero oggi, e più che mai oggi la classe rivoluzionaria è impossibile (salvo quanto dirò in conclusione), per effetto di fattori potentissimi, quali

-la riduzione dell’utilità del lavoro umano, quindi anche del peso politico della gente, per effetto dell’automazione e della finanziarizzazione dell’economia (quello che ho definito il fenomeno dei “popoli superflui”);

-la precarizzazione e la diffusione di alienazioni edonistiche e rimbecillenti nella popolazione generale, che si distacca dalla partecipazione politica, soprattutto i giovani;

-la demolizione o precarizzazione delle strutture e delle relazioni sociali, dalla famiglia su fino allo stato nazionale, che sono la matrice della regolamentazione etica della vita e del sentire etico;

-il mischiamento dei popoli con le migrazioni di massa che discioglie le identità-solidarietà storico-culturali nell’acido della globalizzazione;

-la prevenzione del formarsi di maggioranze con capacità politica anche mediante il frazionamento della società in numerose minoranze artificiose sotto l’egida del nuovo umanesimo dei diritti dell’uomo (minoranze di sesso, di gender, di lingua, di sangue, di religione, di costume etc.);

-e soprattutto la crescente e incolmabile distanza tra gli strumenti tecnologici di controllo e dominio a disposizione della ruling elite globalista, e quelli di autodifesa a disposizione della gente comune.

La classe rivoluzionaria non è certo la piccola imprenditoria, che vive lottando per la sopravvivenza quotidiana, né la grande imprenditoria, che partecipa dei benefici del sistema.

Non è nemmeno quella degli intellettuali, perché quasi tutti quelli che esercitano le professioni intellettuali, compresa la mia, lo fanno come tecnici esecutori integrati; e gli intellettuali accademici sono ancora più allineati da rigidi requisiti di conformismo posti come condizione per avere un posto, avere visibilità, fare carriera; mentre gli intellettuali del giornalismo sono al soldo degli inserzionisti.

Ma a che varrebbe una classe rivoluzionaria? A niente. Infatti il modello capitalistico-finanziario, coi suoi strumenti monetari, non è accidentale né contingente, bensì, assieme al dualismo servo-padrone, è la conseguenza di quella che Robert Michels chiamava “la ferrea legge dell’oligarchia”, ossia del fatto che lo strutturarsi di qualsiasi società genera un’oligarchia, ossia che ogni società è oligarchica, dominata da pochi padroni che comandano e sfruttano molti servi. Agli entusiasti della scoperta del potere del signoraggio monetario, che essi vogliono denunciare per demolirlo e liberare la gente, faccio qui presente che quel potere è espressione e conseguenza, non causa, del dominio dei pochi sui molti, ossia della costante oligarchica delle società. Questa costante strutturale delle società interagisce col fatto che, nel corso delle epoche, vi è un’evoluzione degli strumenti usati per la dominazione; in particolare, negli ultimi decenni si è affermato l’uso degli strumenti finanziari; ma questi ora vengono gradualmente soppiantati da quelli tecnologici (biologici, elettromagnetici, informatici: ne tratto ampiamente nel mio ultimo libro, Tecnoschiavi. Oggi si apprende che nei farmaci possono essere inserite molecole in grado di trapiantare pezzi di genoma da una specie a un’altra, e che i primi computers quantistici hanno prestazioni un miliardo di volte superiori a quelle dei computers normali, quindi presto coloro che ne dispongono potranno impadronirsi delle reti superando ogni chiave e password, fino a controllare ogni attività. La classe rivoluzionaria del nostro secolo, votata a scalzare i signori della finanza, si prefigura come un’élite militare di neotecnocrati biologi e informatici.

Ad ogni modo, è tempo che il focus dell’analisi politica e delle proposte per l’autodifesa popolare si sposti dall’economia a questo nuovo modello di dominazione.





“La tradizione non è una statua immobile, ma vive e rampolla come un fiume impetuoso che tanto più si ingrossa quanto più s’allontana dalla sua origine. Il contenuto di essa è costituito da ciò che il mondo spirituale ha prodotto. E lo spirito universale non riposa mai”. (G.W.F. Hegel, "Lezioni sulla storia della filosofia")







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