Andiamo al nocciolo della questione. In questi giorni i giornali “globalisti”, a partire da Repubblica, sono scatenati nel puntare il dito contro Salvini per via della vicenda “Savoini” che abbiamo trattato nei giorni scorsi. Cavalcare il caso significa dare forza ai potentati che “sovra-gestiscono” la comunicazione in Italia, circuiti marci e violenti che rappresentano il vero “nemico ontologico” agli occhi di tutte le persone perbene. Questa evidenza ci costringe quindi, “obtorto collo”, a prendere in automatico le difese dei leghisti? Niente affatto amici cari. Denunciare di continuo le menzogne di regime, quelle che giornalisti come Marzio Breda si inventano di sana pianta per alimentare l’odio contro la Russia è un conto; provare a dipingere Salvini come un ottimo statista invece è impresa vana, oltre che ridicola. Per “tenere botta” nel mare tempestoso della geopolitica contemporanea bisognerebbe avere il “phisique du role”, e Salvini non ce l’ha. Se l’avesse, anziché mettersi la maglietta di Trump a Washington e quella di Putin a Mosca (metta in valigia pure una felpa di Che Guevara nel caso andasse a Cuba, non si sa mai…), Salvini si sforzerebbe di posizionare il suo partito in maniera coerente, magari abbracciando limpidamente e a viso aperto una linea politica in grado di immaginare il mondo di domani. Un mondo che non potrà più modellarsi intorno alle follie dei “globalisti”- di quelli cioè che vogliono esportare la democrazia con le bombe e annullare il peso di storie, tradizioni ed identità sotto un cumulo di merci prodotte da nuovi schiavi a basso costo- ma dovrà vivere di schemi nuovi e migliori. Quali sono questi schemi da difendere e proporre? Salvini ne ha in mente qualcuno? Siamo (quasi) tutti d’accordo nel dire che il definitivo trionfo della “democrazia liberale” (la “fine della storia” secondo Fukuyama) è stato un grande abbaglio, ma ancora non sappiamo come colmare questo vuoto politico e culturale che rende inquieti i nostri tempi. Certo non ci aspettiamo che sia Salvini a indicare la via all’uomo moderno, ma il suo partito potrebbe fare lo sforzo perlomeno di sposare le analisi di pensatori che questo dilemma lo hanno affrontato e lo affrontano in termini logici ed efficaci. Un contributo serio in questo senso lo ha fornito Aleksandr Dugin, teorico di quella “Quarta Teoria Politica” che delinea i confini ideologici del “mondo multipolare” che verrà. Al di là delle fesserie che scrivono i disattenti giornalisti italiani, temerari nel commentare libri che non leggono e/o non capiscono,  il presunto “ideologo di Putin” (?) non ha mai proposto la disgregazione della Ue. Anzi, l’idea che la Ue possa diventare in un futuro più o meno prossimo una area di quella “multipolarità” immaginata da Dugin costituisce forse l’unico punto debole di una dottrina altrimenti solidissima. La Ue, infatti, non può essere riformata ma solo smantellata, rinviando semmai ad un momento successivo la costruzione di una autentica solidarietà europea in grado di ripartire su basi completamente differenti, in grado cioè di rinnegare il primato delle tecnica e di riscoprire la supremazia del momento “politico” su quello economico. Salvini provi ad  alzare il livello del dibattito prima che sia troppo tardi. Per non restare impantanati nelle sabbie mobili della mediocrità dilagante l’unica soluzione è “volare alto”.





"Quanto più ci innalziamo, tanto più piccoli sembriamo a quelli che non possono volare" (F. Nietzsche, "Aurora")







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