𝗖𝗵𝗶 𝘀𝘁𝗮 𝗱𝗮𝘃𝘃𝗲𝗿𝗼 𝘁𝗿𝗮𝗺𝗼𝗻𝘁𝗮𝗻𝗱𝗼?

«Io amo coloro che non sanno vivere se non tramontando, poiché essi sono una transizione» (F. NIETZSCHE, “Così parlò Zarathustra”)

Mi è stato segnalato un curioso quanto fantasioso articolo a me dedicato da un giornaletto che si richiama nel titolo alla dissidenza ed è, poi, l’espressione massima del taedium vitae della borghesia decadente romana. Insomma, l’apoteosi della dissidenza da Grand Hotel Abisso, come la chiamava Lukács: tra gli agi della confort zone, può far bene alla coscienza patrizia, ogni tanto, affacciarsi sull’abisso della società frammentata, per poi tornare con animo rinfrancato nelle lussuose stanze riservate agli happy few o, se preferite il latino, ai rari nantes in gurgito vasto. Fa fine e non impegna, direbbero a Torino. L’articolo parla del mio presunto tramonto (tramonto del quale, giuro, non sapevo nulla) e, debbo ammettere, non ho resistito – mea culpa! – alla curiosità di leggerlo. Il testo è imbarazzante e ho provato un naturale moto di pietà per chi l’ha scritto e anche per chi l’ha eventualmente commissionato: dice, in sostanza, che il tenore dei miei post su facebook è “calato”, e che dunque sono al tramonto. Se anche fosse vero, va detto che comunque vi è grande dignità anche nel tramonto: significa che, comunque, si è sorti e si è stati in grado di splendere. Non è da tutti, in effetti. Ad ogni modo, mi sarei aspettato – e avrei anzi apprezzato – una critica circostanziata dei miei libri e dei miei articoli scientifici: un corpo a corpo con le mie tesi scientifiche, non con i post facebook. Ma, del resto, non si può chiedere troppo a una rivista tra i cui protagonisti vi è un giovane pariolino che, quando lo conobbi nel 2013, faceva vanto di non essere andato all’università. C’è chi legge i libri e chi legge i post facebook: e non occorre nemmeno la laurea, in verità, per sapere che non si può scrivere su facebook ciò che si scrive nei libri. Diverso il contesto, differente il mezzo, non sovrapponibile il pubblico. Giudicare uno studioso non dai suoi prodotti scientifici, ma dai suoi post facebook è un capolavoro della disonestà intellettuale: un gesto spregevole che svela l’essenza non del criticato, ma del criticante. E non credo meriti ulteriori commenti. Tanto basti per valutare il tenore della critica mossami dall’annoiato giornaletto pariolino, che pretende di giudicarmi dai post facebook o dall’indice di gradimento sui canali televisivi. Potrei chiedere all’autore cosa non condivida della mia lettura di Fichte o di Gramsci, di Heidegger o di Epicuro, di Hegel o di Marx, della modernità o del mondo ellenico. Ma, per rispondermi, dovrebbe aver letto e magari anche compreso i miei libri. Non ha fatto né l’una né l’altra cosa. In compenso, ha letto i miei post facebook, senza però capire che non è lì il messaggio da cui si può giudicare la produzione intellettuale del sottoscritto: sennò perché non giudicare anche i miei biglietti della spesa o le foto di instagram? Dicevano i greci che chi non è in grado di attaccare il carme, attacca il poeta. Ad ogni modo, più interessante, forse, sarebbe domandare alla redazione del giornaletto chi o che cosa l’abbia “indotta” (per usare un verbo il più possibile neutro), in questo concitato periodo, a ululare contro una persona – il sottoscritto – che, con tutti i suoi limiti, a nessuno realmente collocato su posizioni critiche verrebbe seriamente in mente di trasformare in bersaglio di critica: nel bel mezzo dell’attuale riorganizzazione autoritaria del modo della produzione, è un puro gesto di malafede e di disonestà intellettuale, quando non di servitù volontaria rispetto al potere, attaccare chi, nel bene o nel male, con le sue limitate forze, prova a resistere e a proporre un’altra visione delle cose. Meglio – e più onesto – sarebbe indirizzare le energie della critica contro le centrali del potere e non contro chi, nel suo piccolo, prova a criticarle. Come direbbe don Abbondio, le ho viste io quelle facce: varianti romane dei comunisti di Courmayeur e dei rivoluzionari di Portofino, i dissidenti dei Parioli erano partiti da posizioni critiche radicali, nel 2013; e ora si ritrovano, come sardine qualunque, ad abbaiare contro chi non si è piegato (il cane al guinzaglio non accetta l’esistenza di quello libero, si sa). Dissentono contro il dissenso e, senza avvedersene, rinsaldano il consenso verso l’ordine vigente. Erano partiti da Dugin e Massimo Fini e ora si trovano su posizioni a tratti indistinguibili da quelle del PD e dai guerriglieri dell’arcobaleno: le avventure della dialettica! Sorge legittimamente il dubbio che a tramontare, più che il sottoscritto, siano loro. Ma il dubbio invero non sussiste se, come ricordavo, per poter tramontare, occorre prima essere stati in grado di sorgere e di splendere












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