Giusto ai tempi di Gramsci e Gobetti, e cioè quando il fascismo era in vita, l’odierno antifascismo a più di settant’anni dalla fine dei nazifascismi diventa una funzione espressiva del pensiero unico politicamente corretto.
Quest’ultimo, per un verso, fonda sull’antifascismo permanente la critica di tutte le dittature passate, presenti e future, legittimando in tal maniera il regno neoliberale come il solo “libero” e non dittatoriale: così si spiega, per inciso, il fermo rifiuto che della liturgia antifascista seppe operare, da una prospettiva marxista, Amadeo Bordiga, intuendo con lungimiranza il nesso simbiotico tra antifascismo e liberalismo.
E, per un altro verso, l’odierno antifascismo in assenza di fascismo disloca il conflitto e la passione della critica dirottandoli dalla contraddizione presente (il nesso di forza capitalistico) a quella estinta (il fascismo).


“La comunità cittadina non è costituita soltanto dall’identità del luogo, dall’astinenza dal danno reciproco e dalla garanzia dei rapporti commerciali, perché, sebbene queste cose siano imprescindibili per l’esistenza della città, tuttavia, anche se si realizzano tutte, non vi è ancora una città, ma questa è la comunità che garantisce la buona vita e alla famiglie e alle stirpi, e ha come fine una vita indipendente e perfetta”. (Aristotele, "Politica")



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