Giusto ai tempi di Gramsci e Gobetti, e cioè quando il fascismo era in vita, l’odierno antifascismo a più di settant’anni dalla fine dei nazifascismi diventa una funzione espressiva del pensiero unico politicamente corretto.
Quest’ultimo, per un verso, fonda sull’antifascismo permanente la critica di tutte le dittature passate, presenti e future, legittimando in tal maniera il regno neoliberale come il solo “libero” e non dittatoriale: così si spiega, per inciso, il fermo rifiuto che della liturgia antifascista seppe operare, da una prospettiva marxista, Amadeo Bordiga, intuendo con lungimiranza il nesso simbiotico tra antifascismo e liberalismo.
E, per un altro verso, l’odierno antifascismo in assenza di fascismo disloca il conflitto e la passione della critica dirottandoli dalla contraddizione presente (il nesso di forza capitalistico) a quella estinta (il fascismo).


“Il pensiero dialettico inizia con la constatazione che il mondo non è libero: cioè che l’uomo e la natura esistono in condizioni di alienazione, ‘diversi da ciò che sono’. Ogni maniera di pensare che escluda la contraddizione dalla sua logica è una logica difettosa. Il pensiero ‘corrisponde’ alla realtà solo se trasforma la realtà medesima comprendendone la sua struttura contraddittoria. Qui il principio della dialettica porta il pensiero al di là dei confini della filosofia. Comprendere la realtà, infatti, significa comprendere ciò che le cose sono e ciò a sua volta implica di non accettare la loro apparenza come dati di fatto. La non accettazione, la rivolta, si configura come il procedimento sia del pensiero sia dell’azione. Mentre il metodo scientifico conduce dall’immediata esperienza delle ‘cose’ alla loro struttura logico-matematica, il pensiero filosofico conduce dall’immediata esperienza dell’esistenza alla sua struttura storica: il principio della libertà”. (H. Marcuse, Ragione e rivoluzione)



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